FORMAZIONE – BISOGNA PROVARE LE VOCAZIONI, P.E.BUSUTTIL, S.J.

BISOGNA PROVARE LE VOCAZIONI

 Il giovane che sotto la nostra direzione e col nostro aiuto è riuscito a decidersi di farsi religioso o sacerdote, non deve essere abbandonato a se stesso, né si deve credere che un ulteriore lavoro da parte nostra nella sua anima sia inutile. Bisogna che la vocazione sia rassodata, che metta radici profonde di convinzione, sia alimentata con la preghiera, con le conversazioni e con l’apostolato, e finalmente che sia provata.

Diciamo che deve essere provata finalmente, cioè, alla fine, quando la vocazione non è più una tenera pianticella, ma è cominciata ed essere un albero, quando cioè il giovane si è reso conto di quello che fa e il tempo gli avrà dato la possibilità di assorbire lentamente nel suo cuore tutto il complesso di obblighi, gioie spirituali e sacrifici che dovrà esperimentare nel nuovo genere di vita che liberamente ha scelto.

Conviene prendere la cosa sul serio e con gravità fin dal principio, e si può fare benissimo senza avere la sensazione di influenzarlo.

“Davvero? Hai la vocazione? Sarebbe una grandissima grazia di Dio. Ti auguro proprio di poterci arrivare, perché saresti davvero un giovane felice. Ma, raccontami un po’, come ti è venuto questo pensiero?” E così, con calma, viene fuori tutto con sincerità e con un senso di intima amicizia e di confidenza e voi potrete esaminare il caso con tranquillità. Il giovane diventerà vostro amico e vedendo la vostra sincerità si aprirà con voi, convinto che mettendosi nelle vostre mani sarà ben guidato.

OBBLIGO DI SEGUIRE LA VOCAZIONE

Chi ha vera vocazione non pensa di seguirla perché ne è obbligato, ma egli stesso desidera raggiungere prima possibile il suo ideale. Però il demonio può assalire con forti tentazioni, facendo sembrare bellissimi i divertimenti del mondo e terribilmente insopportabili i sacrifici della vita religiosa.

Se egli, con l’andar del tempo, si viene convincendo che la sua decisione fu presa in un momento di entusiasmo e che veramente la vita religiosa non è per lui, per ragioni che il suo Padre spirituale approva, è chiaro che non pecca se si ritira dalla sua decisione. In questo caso la sua decisione, messa alla prova, appare non ben fatta o sbagliata.

Il guaio è quando il giovane, convinto di avere vera vocazione, non la vuole seguire per ragioni umane e futili, o per capriccio: “Mi piace il mondo! Mi secca essere religioso. Mi sembra di essere ridicolo con l’abito. Non voglio perché non voglio”. E sono fatto che succedono davvero. 

 

 * Aveva ragione, dunque, il P. Iorio nel suo Compendium Theologiae Moralis[1] di esprimersi su questo particolare in una maniera abbastanza seria:

“Si domanda se e come pecchi chi, sentendosi chiamato alla vita religiosa, non segue la vocazione divina. 

“Rispondo: 1° Per se e rigorosamente parlando, non pecca in nessuna maniera perché i consigli divini per se non impongono alcun obbligo dato che proprio in questo si differenziano dai precetti.

“Rispondo: 2° Tuttavia, a mala pena si può scusare da qualche peccato, per il pericolo in cui si mette di perdersi eternamente. Anzi, commetterebbe peccato mortale se fosse persuaso che l’unico mezzo che gli resta per ottenere la vita eterna fosse quello di fuggire i pericoli del mondo facendosi religioso.

 

                   * Il P. Ferreres, si esprime ancora più fortemente:[2]

“La vocazione al sacerdozio obbliga l’individuo a seguirla sotto pena di peccato mortale? 

Ad alcuni sembra di dover rispondere affermativamente quando ci sono segni certi di vocazione, e questo per i gravissimi pericoli di perdersi nei quali si troverà colui che, disprezzata la vocazione divina, di propria iniziativa abbraccia qualche altro stato nel mondo”.

“Perciò San Alfonso Maria de’ Liguori dice che questa vocazione è di tanta importanza, che da essa dipende la salvezza, sia dei chiamati, che di molti fedeli”.

 Poi, a lettere più piccole, dopo aver dato questa, che sarebbe stata anche la sua sentenza, il P. Ferreres continua:

“Altri tuttavia distinguono tra la vocazione imperativa, con la quale Dio impone un obbligo di obbedire, e la vocazione invitativa, per mezzo della quale Dio invita allo stato clericale, ma non ne impone uno stretto obbligo. Costoro dicono che la prima specie di vocazione obbliga sub gravi, mentre la seconda no… ”

 

E questi modi di parlare dei teologi non ci meraviglierà se consideriamo come in pratica Dio, molte volte, fa scontare terribilmente questo no, detto in tono e in atteggiamento del piccolo ribelle che butta via e disprezza una grazia di predilezione, offertagli in segno di immenso amore da parte del suo Redentore, e tutto questo… per capriccio… o per il segreto desiderio di godere la vita, o perché non si vuole ciò che sembra un sacrificio.

Se Dio castiga, vuol dire che quel no, non è qualche cosa di indifferente.

[1] Vol. II,  n.154.

[2] Cf. Comp. Theol. Mor., vol. II, n.921.

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