Vai al contenuto

Estratti dalla lettera del Santo Padre Benedetto XVI per la convocazione dell’Anno Sacerdotale

Cari fratelli nel Sacerdozio:

“Il sacedozio è l’amore del cuore di Gesù”, ripeteva con frequenza il Santo Curato d’Ars. Questa commovente espressione ci spinge a riconoscere con devozione e ammirazione l’immenso dono che rappresentano i sacerdoti, non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Ho presente tutti i presbiteri che con umiltà ripetono ogni giorno le parole e i gesti di Cristo ai fedeli cristiani e al mondo intero, identificandosi con i suoi pensierim desideri e sentimenti, così come con il suo stile di vita. Come non sottolinerare i loro sforzi apostiolici, i loro servizio instancabile e nascosto, la loro carità che non esclude nessuno? Che dire della fedeltà entusiasta di tanti sacerdoti che, nonostante le difficioltà e incomprensioni, perseverano nella loro vocazione di “amici di Cristo”, chiamati personalmente, scelti e inviati da Lui?

Ancora conservo nel cuore il ricordo del primo parroco con il quale incominciai il mio ministero come giovane sacerdote: fu per me un esempio di offerta senza riserve al proprio ministero pastorale, fino a morire quando portava il viatico a un malato grave. Mi vengono in mente anche gli innumerevoli fratelli che ho conosciuto in tutta la mia vita e ultimamente nei miei viaggi pastorali in diverse nazioni, compromessi generosamente nell’esercizio quotidiano del loro ministero sacerdotale. Ma l’espressione utilizzata dal Santo Curato d’Ars evoca anche la ferita aperta nel Cuore di Cristo e la corona di spine che lo circonda. E così, penso alle numerose situazioni di sofferenza che affligono molti sacerdoti, perché prendono parte all’esperienza umana del dolore nelle sue molteplici manifestazioni o a causa delle incomprensioni dei destinatari stessi del loro ministero: come non ricordare tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, ostacolati nella loro missione, alle volte anche perseguitati fino a offrire l’estrema testimonianza del sangue? Tuttavia, ci sono anche situazioni, mai troppo deplorevoli, nelle quali la Chiesa stessa soffre per l’infedeltà di alcuni dei suoi ministri. In questi casi, è il mondo a soffrire lo scandalo e l’abbandono. Davanti a queste situazioni, la cosa più conveniente per la Chiesa non è tanto mettere in risalto scrupolosamente le debolezze dei suoi ministri, quanto più rinnovare la giosa riconoscenza della grandezza del dono di Dio, plasmato in splendide figure di Pastori generosi, religiosi pieni di amore verso Dio e verso le anime, direttori spirituali chiaroveggenti e pazienti. In questo senso, l’insegnamento e l’esempio di san Giovanni Maria Vianney possono offrire un punto di riferimento significativo. Il Curato d’Ars era molto umile, ma cosciente di essere, come sacerdote, un immenso dono per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il Cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio possa concedere a una parrocchia, uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Parlava del sacerdozio come se non fosse possibile arrivare a percepire tutta la grandezza del dono e del compito affidati a una creatura umana: “Oh, quanto è grande il sacerdote! Se si rendesse conto, morirebbe… Dio gli obbedisce: pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo all’udire la sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…”.

Spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Se sparisse il sacramento dell’Ordine, non avremmo il Signore. Chi lo ha messo nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima appena nati? Il sacerdote. Chi la nutre perché possa terminare il proprio pellegrinaggio? Il sacedote. Chi la preparerà per farla comparire davanti a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se questa anima arrivasse a morire [a causa del peccato], chi la risusciterà e le darà il riposo e la pace? Sempre il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto! … Lui stesso lo capirà soltanto nel cielo”. Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono sembrare esagerate. Tuttavia, rivelano l’altissima considerazione in cui teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava impressionato da un immenso senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene ciò che rappresenta un sacedote sulla terra, moriremmo: non di paura, ma d’amore… Senza il sacerdote, la morte e la passione di Nostri Signore non servirebbero a nulla. Il sacerdote continua l’opera della redenzione sulla terra… A che ci servirebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno ad aprirci la porta? Il sacerdote ha la chiave dei tesori del cielo: lui è colui che apre la porta; è lui l’amministratore del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia vent’anni senza sacerdote e adoreranno le bestie… Il sacerdote non è sacerdote per se stesso, ma per voi”.

Arrivò ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, avvertito dal Vescovo sulla precaria situazione religiosa: “Non c’è molto amore di Dio in questa parrocchia; lei lo metterà”. Ben sapeva lui che doveva incarnare la presenza di Cristo dando testimonianza della tenerezza della salvezza: “Dio mio, concedimi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto ciò che vuoi durante tutta la mia vita”. Con questa preghiera iniziò la sua missione. Il Santo Curato d’Ars si dedicò alla conversione della sua parrocchia con tutte le sue forze, insistendo innanzitutto nella formazione cristiana del popolo che gli era stato affidato.

Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di imparare anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney. In primo luogo, la sua totale identificazione con il proprio ministero.

In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua opera salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale”, che sta davanti al Padre, da tutta l’eternità, in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. In modo analogo e in tutta umiltà, anche il sacerdote deve aspirare a questa identificazione. Anche se non si può dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero non dipendde dalla santità del ministro, nemmeno si può tralasciare la straordinaria fecondità che deriva dalla convergenza della santità oggettiva del ministero con quella soggettiva del ministro.

Il Curato d’Ars intraprese subito questo umile e paziente compito di armonizzare la sua vita come ministro con la santità del ministero affidatogli, “vivendo” anche materialmente nella sua Chiesa parrocchiale: “Una volta arrivato, considerò la Chiesa come la sua casa… Entrava in chiesa prima dell’aurora e non usciva fin dopo l’Angelus del pomeriggio. Se qualcuno aveva bisogno di lui, lì lo poteva incontrare”, si legge nella sua prima biografia.

Attualmente, come ai tempi difficili del Curato d’Ars, è fondamentale che i sacerdoti, con la loro vita e le loro opere, si distinguano per una vigorosa testimonianza evangelica. Paolo VI ha osservato opportunamente: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri coloro che danno testimonianza di quelli che insegnano, o se ascoltano coloro che insegnano è perché danno testimonianza”. Perché non restiamo esistenzialmente vuoti, compromettendo l’efficacia del nostro ministero, dobbiamo chiederci costantemente:

“Siamo realmente impregnati dalla parola di Dio? È lei in verità l’alimento del quale viviamo, più di quanto non possa esserlo il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo veramente? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa parola fino al punto che questa lascia un’impronta nella nostra vita e dà forma al nostro pensiero”?

Così come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui, e solo dopo li mandò a predicare, anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare il “nuovo stile di vita” che il Signore Gesù inaugurò e che gli Apostoli fecero proprio.

Affido questo Anno Sacerdotale alla Santissima Vergine Maria, chiedendole che susciti in ogni presbitero un generoso e rinnovato impulso degli ideali di totale donazione a Cristo e alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’attività del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso, Giovanni Maria Vianney alimentò la sua offerta quotidiana senza riserve a Dio e alla sua Chiesa. Che il suo esempio fomenti nei sacerdoti la testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici, così necessario oggi come sempre. Nonostante il male che c’è nel mondo, conservano sempre la loro attualità le parole di Cristo ai suoi discepoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete lotte; ma coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, riconciliazione e pace.

Con la mia benedizione.

BENEDICTUS PP. XVI  – Vaticano, 16 giugno 2009