Vai al contenuto

San Giovanni Paolo II: “Annunciazione vuol dire vocazione”

Discorso del Santo Padre Giovanni Paolo II al Pontificio Seminario Romano, nella Festività dell’Annunciazione

Ci troviamo nel giorno solenne dell’Annunciazione. Annunciazione vuol dire vocazione.

E’ questo il giorno in cui alla Vergine di Nazaret è stata rivelata la sua vocazione unica, il giorno in cui la Vergine ha dato una risposta breve dopo aver conosciuto la sua vocazione: Ecco la schiava del Signore.

Il mistero dell’Annunciazione ha continuità propria; pur essendo unico, ha sempre analogie nella vita della Chiesa, perché la vita della Chiesa si realizza attraverso le vocazioni, le diverse vocazioni. La vita cristiana è una vocazione, e nella vita cristiana ci sono diverse vocazioni; c’è anche una vocazione sacerdotale che può essere particolarmente paragonata alla vocazione della Vergine di Nazareth. C’è anche la vocazione religiosa con cui si può fare lo stesso paragone. Così possiamo dire che il seminario è un ambiente dove il mistero della Annunciazione si va ripetendo nella vita della Chiesa con intensità speciale: è la casa della Annunciazione. Ecco quelli che hanno già ricevuto la sua annunciazione, e hanno dato la loro risposta: Eccomi, sono il servo del Signore. E vengono qui perché nel seminario deve maturare questa risposta, qui deve radicarsi di più, qui devono identificarsi maggiormente con essa; chi ha ricevuto la vocazione deve identificarsi sempre più con essa. È questa la finalità fondamentale del seminario.

Per questo deve essere celebrato il giorno dell’Annunciazione nei seminari, nel Seminario Romano in modo speciale. Io personalmente sono grato di aver potuto prendere parte a questa commemorazione della solennità dell’Annunciazione nel nostro Seminario Romano. Sono grato alla Provvidenza, alla Madonna e anche a voi che mi avete invitato a questa celebrazione di una solennità mariana così vicina al seminario, alla sua natura stessa, alla sua Profonda finalità. Vi auguro, carissimi, che il vostro cammino, il vostro cammino vocazionale sia sempre simile a questo breve cammino dell’Annunciazione. Vi auguro che la Madonna vi aiuti a imitare la sua sensibilità interiore alla Parola di Dio e la sua risposta unica, semplice e decisiva: Ecco la schiava del Signore.

(25 marzo 1981)

Preghiera a San Giuseppe per i sacerdoti

San-JOse (1)

O glorioso patriarca San Giuseppe, padre custode di Nostro Signore Gesù Cristo, in questo giorno ti chiedo per i sacerdoti.

Come Te, furono presi dagli uomini per servire Dio.

Aiutali ad imitare la tua grande fede, la tua perfetta castità, la tua totale dedizione al servizio di Dio senza guardare le conseguenze, la tua umiltà, il tuo lavoro costante, la tua povertà, la tua obbedienza, tutte le tue virtù e il tuo sì eroico.

Aiutali a imitare te e il tuo Figlio Gesù in tutto.

Aiutali ad essere buoni sacerdoti agli occhi di Dio, aiutali nella loro solitudine e nei loro momenti di tentazione.

Accompagnali in tutti i momenti difficili della loro vita e anche nei loro momenti di gioia.

Difendili da tutti coloro che vogliono fargli qualche danno fisico o morale, come hai difeso Nostro Signore Gesù Cristo, fino a quando non giungeranno nel Regno dei cieli a godere con te per sempre della presenza di Dio nostro Padre.

Amen.

La fede “strappa” grazie al Signore

In molte occasioni, secondo il racconto dei Vangeli, il Signore operava miracoli, curando malati, scacciando demoni e perdonando i peccati, e dopo aver concesso queste grazie spiegava all’interessato: «La tua fede ti ha salvato». Così avviene ad esempio nella guarigione dei lebbrosi (Lc 17, 19), con la donna cananea (Mt 15, 28) e con il mendicante cieco (Mc 10, 52).

Ma ciò che colpisce particolarmente è l’episodio di guarigione della donna che era affetta da emorragia. Una volta guarita, Gesù le dice: «La tua fede ti ha salvato», ma la differenza con il resto delle guarigioni miracolose, è che qui Gesù compie il miracolo senza accorgersene: la fede di questa donna gli «strappa», potremmo dire, la grazia richiesta.

Questa donna aveva sofferto per dodici anni e aveva provato di tutto per guarire spendendo tutti i suoi averi («aveva speso tutti i suoi beni senza alcun profitto» Mc 5, 26). Cioè, non aveva speranze se non nel potere di Gesù Cristo. Per questo la sua fede è grande ed è capace di strappare la grazia che cerca dal Signore. Nonostante la sua lunga attesa, dopo aver provato di tutto e per quanto scettica avrebbe potuto essere («aveva sofferto molto con molti medici… e la sua salute peggiorava sempre di più » Mc 5, 26) ripone la sua fede in Gesù Cristo. «Se riesco a toccare anche solo le sue vesti, mi salverò» dice San Marco (5, 28).

Matteo (9, 20) dice che quello che toccò fu solo «l’orlo del suo mantello». Sapeva che non serviva altro per ottenere la grazia di Dio. Anche per questo la sua fede è grande, perché per toccare anche solo l’orlo del mantello, ha dovuto ignorare la propria impurità e indegnità.

Il libro del Levitico (15, 19), infatti, prescriveva che ogni donna che soffriva il flusso di sangue rimaneva impura per sette giorni, fino al termine del flusso stesso. Rimanere impura voleva dire che tutto ciò con cui aveva contatto rimaneva impuro: persone, mobili, vestiti. Siccome soffriva di questo male da dodici anni, possiamo immaginare il ripudio che avrà subito, poiché non solo non poteva avere contatti con le persone, ma le persone stesse non potevano avere contatto con nessun oggetto da lei toccato. Pe questo motivo, il solo fatto di toccare un lembo del mantello del Signore, ha richiesto un grande coraggio da parte sua. Se qualcuno l’avesse vista, l’avrebbe potuta accusare di voler rendere impuro il Signore. Per questo motivo, probabilmente, cercò di toccare il mantello senza essere vista («si avvicinò da dietro» Lc 8, 44), non per lasciare impuro il Signore (poiché se operava miracoli con la potenza divina, la divinità stessa non poteva rimanere impura), ma per evitare lo scandalo. Per questa ragione, quando il Signore chiese chi lo avesse toccato, ella «si avvicinò impaurita e tremante» (Mc 5, 33).

E l’effetto è, come dicevamo, la grazia di Dio: «Qualcuno mi ha toccato, perché ho sentito che da me è uscita una forza», dice Gesù (Lc 8, 46).

Il Signore permette che i disturbi ci affliggano, perché servono a farci tornare all’unica cosa necessaria. Le difficoltà ci fanno riporre le nostre speranze solo in Dio, e mettono alla prova la nostra fede nella sua onnipotenza, facendola crescere.

Che questo miracolo del Signore ci serva per copiare la preghiera della donna malata: accostarci, riconoscendo la nostra totale indigenza, come lei che nonostante la sua impurità si è avvicinata al Signore; senza permettere che la nostra indegnità sia di ostacolo per implorare la sua misericordia. Mettiamo tutta la nostra fede e la nostra speranza in Dio mediante la preghiera, anche se può sembrarci che il Signore ci volti le spalle, cerchiamo il contatto salvifico con Lui, anche solo toccando l’orlo del suo mantello. Questa preghiera ha strappato la grazia che lei cercava da Nostro Signore. Cerchiamo di riprodurla per ottenere abbondanti grazie celesti.

 

P. Andrés Francisco Torres, IVE